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INTERVISTA AL VEN.

Domanda-Può un essere umano comune arrivare a superare la visione degli opposti?

Teoricamente e a livello matematico con la Relatività di Einstein (spazio-tempo) e con la Meccanica quantistica con Heisenberg, Bohr, Stapp e altri, si è arrivati a riconoscere l’unicità di alcuni elementi come, per esempio, l’onda e la particella. Una mente umana, obbligata da limiti strutturali, cognitivi ed esperienziali, come può andare oltre il suo “conosciuto” per “vedere” lo sconosciuto? Se si, come può comprendere che sta davvero guardando “qualcosa” se la mente non la riconosce?
Risposta-La mente umana è in grado di andare oltre il conosciuto attraverso stati di coscienza che permettono di captare vibrazioni sottili indecifrabili sul piano della comunicazione convenzionale. Tali vibrazioni, per essere intese dalla mente ordinaria, si trasformano dapprima in simboli e successivamente in parole. In questo modo la mente non ri-conosce ma conosce e può comprendere.

Domanda-La realtà cos’è? C’è una realtà ultima uguale per tutti o ci sono molte realtà ?Perché noi non siamo in grado di vederla?

Il nostro stesso cervello tende ad ingannarci (in un certo senso); si organizza in modo tale da risparmiare energia, per proteggere se stesso da un’eventuale crash cerebrale utilizza scorciatoie e tecniche di risparmio energetico, ci prospetta  conclusioni illusorie che ci presenta come realtà. Un esempio: la luce colpisce la nostra retina, i fotorecettori la interpretano trasmettendo informazioni al cervello e grazie a questo riusciamo a vedere. C’è però una zona cieca, priva di fotorecettori chiamata scotoma, un punto cieco. La domanda è: come mai noi non “vediamo questa area nera” nel nostro campo visivo? Il motivo è semplice: perché il cervello ha l’abilità di indovinare quello che dovrebbe essere in quella parte cieca e automaticamente la mette a fuoco. Certe volte sappiamo già cosa vogliamo vedere e la nostra neocorteccia trasforma questa aspettativa in una specie di realtà virtuale, il che significa che una parte del mondo che vediamo è solamente un’illusione. Tutto questo in un certo senso è sconcertante in quanto ci mette alla mercè del nostro stesso cervello. Come facciamo a scoprire il nostro punto cieco, a vedere la realtà che è davanti ai nostri occhi? La domanda che ti faccio non ricerca una risposta in campo neuroscientifico, quanto dal punto di vista della filosofia buddista, che vada oltre la nostra struttura fisiologica.

Risposta-Nella filosofia buddhista la realtà è considerata sotto due aspetti:quello relativo e quello ultimo.
La realtà relativa, detta anche realtà convenzionale o realtà che ammanta, si riferisce al modo con cui i fenomeni dell’esistenza appaiono in funzione della sensorialità e in relazione alla interdipendenza.
La realtà ultima o assoluta è data dallo stato delle cose, che sono composte, nascono da cause e condizioni e sono quindi prive di una esistenza autonoma.
La realtà relativa  o convenzionale non è uguale per tutti, perchè ognuno  percepisce le cose in conseguenza dell’efficienza dei propri sensi, della propria cultura e delle proprie esperienze. La realtà assoluta è invece libera da ogni concettualizzazione e concerne la vacuità dei fenomeni relativi.

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IL GIOCO

Il gioco infantile è lo spazio dove depositare e intrecciare contenuti interni ed esterni e con il quale il bambino impara a conoscere l’esistente e ad interpretare l’esistenza. E’ un impulso che nasce dal concetto del Principio di piacere il quale, col tempo, origina nel bambino una graduale organizzazione di eventi emotivi interni e realtà esterne interiorizzate. Gli eventi interni ed esterni maturano e riflettono i loro significati nella manifestazione visibile del gioco. Di grande importanza è il gioco imitativo nel quale il bambino colloca le proprie emozioni e i propri pensieri nello spazio esistenziale. Nel momento in cui comincia ad esprimersi col gioco, il bambino inizia ad acquisire consapevolezza del limite dettato dal suo stesso corpo e dal suo movimento. L’attività ludica ha necessità di esprimersi fisicamente e verbalmente, diversamente rimarrebbe esclusivo appannaggio della mente e dell’immaginazione trasformandosi in gioco di fantasia o sogno. Diventerebbe una forma pensata e vissuta senza i contenuti apportati dal confronto con la realtà. E’ un’attività presa molto seriamente dai bambini, se da una parte c’è un grande appagamento del principio di piacere (inconscio), che porta a perdersi nei ruoli imitativi, nella fantasia esperendo un espanso senso di soddisfazione, dall’altra è un insieme ben definito di azioni atte a conoscere il proprio ambiente esterno ed interno e coi quali il bambino si rapporta attimo dopo attimo e nei quali trova il modo di confrontarsi. Il gioco e il divertimento vengono categorizzati nell’esperienza diversiva. Il comportamento esplorativo diversivo porta ad esporsi in ogni evento che offra un buon livello di stimolazione premiante e piacevole, variabilità e afflusso di informazioni. L’attività ludica è fondamentale al bambino per costruirsi significati, nel momento in cui si rappresenta attraverso la costruzione mentale la realtà personale. Il modo in cui esperisce l’ambiente esterno nello spazio e nei confini fisici, e lo scambio delle esperienze ludiche con le rappresentazioni della realtà, così da utilizzare al meglio le capacità cognitive . Giocando sperimenta la mentalizzazione, nel momento in cui deve focalizzarsi sui propri e sugli altrui stati mentali interpretando diversi ruoli, diviene l’attore consapevole dei pensieri degli altri, c’è una coscienza netta che quei pensieri non gli appartengono in quanto tutto è un gioco di finzione, “io faccio finta di essere te che interpreti un ruolo e hai determinati pensieri”. A parte tutte le considerazioni sulle osservazioni che da tempo si fanno per comprendere che tipo di valenza abbia il gioco per il bambino, rimane quel piacere intoccabile per lui di potere interpretare molti ruoli e di vivere molte realtà parallele rimanendo perfettamente se stesso. Piacere che ci portiamo avanti anche da adulti.

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ARTE-TERAPIA

L’arteterapia, riconosciuta come una metodolgia di grande valore nel supporto terapeutico odierno, ha mosso i suoi primi passi già nella Grecia antica.  La tragedia greca aveva, infatti, una funzione catartica e alla musica era attribuito il potere di ammansire gli animi inquieti. Freud è stato uno dei primi studiosi della psiche umana a dare grande risalto all’arte, lui stesso era amante della scrittura e della letteratura, tanto che diventare scrittore era un sogno che sperava di realizzare nel corso della sua vita. Fu nel 1942, per descrivere il lavoro di un insegnante e artista, Adrian Hill,  che la parola “arteterapia” venne alla luce. I supporti musicali di Hill svolti dentro ad un tubercolosario erano mirati a ridurre l’ansia dei malati. Molti studiosi si sono, nel tempo, dedicati a vari studi sull’applicazione delle arti e della creatività per il miglioramento dello stato psichico dei pazienti. A parte Freud, abbiamo Melanie Klein, Hanna Segal, Bion, Winnicot, Kris, Chasseguet-Smirgel,  Arnheim e molti altri. La creazione artististica, a seconda della Scuola di psicologia, è stata interpretata con diverse chiavi di lettura, questo ha dato modo di approfondire a largo raggio l’osservazione sulle strutture cognitive e percettive dell’uomo e i diversi modi con cui vengono esplicate le esperienze di vita.

Durante le sedute di arteterapia i pazienti sono impegnati nell’elaborazione  delle emozioni, questo porta a un progressivo  sviluppo di un legame sempre più profondo con il terapeuta. Questo richiede un coinvolgimento importante e un’appropriata esperienza clinica da parte del terapeuta.

Le difficoltà tecniche relative alla realizzazione di un prodotto figurativo sono alla base di un’attività cognitiva coordinata che permette al paziente, con l’aiuto del  terapeuta, di costruire relazioni simboliche e uno spazio mentale in cui i problemi possono essere elaborati e non semplicemente scartati attraverso sintomi o altri comportamenti.

E’ importante per chi conduce il laboratorio di arte-terapia essere in posizione osservativa in modo da riconoscere il processo in atto così da facilitare il canale comunicativo con il paziente e per valutare le dinamiche e i contenuti profondi esplicitati nelle sedute.

Tutti gli approcci condividono l’importanza dell’osservazione durante la seduta di arte-terapia.

La produzione artistica può facilitare l’espressione prima, e l’elaborazione dopo ,dei vissuti angosciosi del paziente meglio della verbalizzazione, che per alcune persone, potrebbe risultare più difficoltosa.

Nella seduta di arte-terapia, l’operatore, non solo osserva i comportamenti del paziente ma anche le proprie reazioni.

Si tratta di un’azione attenta del guardare, un’azione attiva che porta ad uno scambio emotivo adeguatamente regolato per facilitare il processo di miglioramento.

In questo ambito l’osservazione partecipe è senza ombra di dubbio uno strumento fondamentale per individuare il materiale più adatto all’espressione di un paziente, e per avere un quando più completo che permetta una corretta lettura della produzione artistica.

In aggiunta l’osservazione serve anche a dare un feed-back continuo sul valore e l’efficacia dell’intervento e a misurare quanto i pazienti si sentano coinvolti da questo lavoro .

Una tecnica particolare di arte-terapia è la Messpainting, un disegno libero che incoraggia ad utilizzare il più possibile tutto il corpo, adatto a sviluppare la creatività e ad elaborare il proprio vissuto.

Questa tecnica si svolge nel corso di otto settimane, per 5 giorni alla settimana, i disegni devono essere eseguiti in 2 minuti e deve essere utilizzata tutta la  gamma dei colori.  Una volta alla settimana ci son incontri di gruppo per mostrare e discutere sulle produzioni di ognuno. La cosa più difficile è l’imparare a lasciarsi andare per tramutare le emozioni in colori e tratti,

Nelle produzioni grafiche la padronanza , la competenza esecutiva e cognitiva permette la realizzazione di prodotti sempre meno universali e sempre più particolari.

D’altronde quello che ci accumuna è il nostro bisogno di rappresentare il nostro patrimonio di conoscenze per comunicarle e trasmetterle.

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UNA FOCA PER L’ALZHEIMER E NON SOLO

In un progetto che avevo presentato al Besta per l’accoglienza e il trattamento delle disabilità, insieme a tutta una serie di tecniche di training cognitivo e affettivo, avevo inserito metodologie che comprendevano varie attività mirate al miglioramento psico-motorio di persone  affette da  patologie, che colpiscono, a vario grado e in modo differente, la relazione tra cervello e movimento.

Sappiamo quanto sia importante l’affettività nella vita di ognuno di noi; in chi soffre di questo tipo di disagi  l’aspetto affettivo-emozionale dell’esistenza è davvero fondamentale, è la causa precipua di sviluppo di  motivazioni e di stimolo a compiere movimenti per loro molto complessi .

Per questo ho inserito nel progetto la pet-therapy,  credo moltissimo in questo “canale” terapeutico perché tra persona e animale si instaurano dei linguaggi muti che hanno un grande potere comunicativo e trasformativo.

In determinate situazioni l’interazione con un animale, l’accudirlo, il coccolarlo, o semplicemente l’avvicinarlo, risulta difficoltoso se non addirittura impossibile.

L’AIST (Advanced Industrial Science and Technology) di Tokyo ha messo  a punto un progetto  che si è rivelato vincente, una foca robot   chiamata “PARO”.

Questa bellissimo cucciolo di foca bianca equipara in tutto e per tutto l’animale in carne ed ossa.

Questo cucciolo robot è una svolta nelle terapie non farmacologiche utilizzate per i malati di Alzheimer e di demenza senile e nelle terapie psico-motorie di tutte le fasce d’età.

Alla doll-therapy , dove si utilizza una bambola speciale si aggiunge così anche la robot-therapy, con il cucciolo di foca artico Paro. Queste tecniche permettono di risvegliare emotività, attenzione e motivazione in tutte le persone di qualsiasi età che hanno difficoltà a relazionarsi con il proprio ambiente. L’accudimento, l’interazione affettiva, il tocco, la sola loro presenza rendono questi surrogati uno strumento estremamente valido per stimolare l’affettività, la cognizione, il rilassamento e la trasformazione di comportamenti aggressivi noti nelle demenze.

La doll-therapy e la robot-therapy sono metodologie che si possono utilizzare con successo anche per le terapie domiciliari. E’ sicuramente un valido apporto a chi, in casa, deve accudire  persone con patologie che causano danni cerebrali e motori, in quanto è riscontrato che nell’interazione con la bambola o il cucciolo di foca, le persone si lasciano accudire molto più volentieri e risultato maggiormente ben disposte e rilassate.

Foto di proprietà di: multimedia.lastampa.it

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LA PSICOLOGIA BUDDHISTA

La continua ricerca di appagamenti momentanei ed esteriori, la difficoltà nell’accettare l’impermanenza delle cose e la focalizzazione del proprio Io come centro universale ha inevitabilmente causato frustrazioni e sofferenze, riconoscendo che l’io non esiste riconosciamo che anche il mio è una parola senza sostanza ( Nagarjuna, 2° secolo d.C. ). Questo precetto fondamentale nella filosofia buddhista nel nostro caso segue un’ interpretazione meno dogmatica e più aperta alla finitudine di un Io che lascia il ruolo di padre padrone  per permettere uno scambio più fluido con la vita.

Nel pensiero orientale uno dei parametri più importati è il singolo istante della mente, ognuno di essi ha caratteristiche differenti ed ha il potere di influenzare la nostra visione delle esperienze e della realtà. I motivi che determinano i cambiamenti in ognuno di noi, percui, non sono gli accadimenti del mondo esterno quanto la qualità del nostro stato mentale e della nostra coscienza. La filosofia buddhista considera tre i veleni mentali la cui combinazione è causa di tutti i nostri stati afflittivi: l’illusione, l’attaccamento, l’avversione. Attraverso la meditazione si può arrivare a controbilanciare gli stati mentali negativi portando tranquillità e serenità. E’ importante trasformare i fattori mentali che creano dolore nell’individuo. Quando uno o più fattori si trovano all’interno degli stati mentali di una persona divengono tratti specifici della personalità che saranno sempre presenti nella sua esistenza. Per cambiare questi fattori una delle cause che bisogna trasformare sono le motivazioni che determinano le scelte di ognuno di noi. Un altro fattore che causa e mantiene la sofferenza mentale è la specifica relazione che le persone hanno imparato ad avere. La filosofia buddista sostiene che I fenomeni non esistono di per sè in quanto hanno natura di aggregati. Visione comune con la Fisica Quantistica.  Tutto ciò che riguarda la persona è un movimento, un processo in divenire. I cinque aggregati che caratterizzano tutti i fenomeni fisici e mentali dell’esistenza condizionata sono impermanenti e generano la idea illusoria di un Sé individuale , ma l’Io non è altro che una semplice designazione nominale, cioè un modo convenzionale di definire una persona. I fattori distintivi individuali sono determinati da cause e condizioni e non da un sé intrinsecamente esistente. L’individualità è un concetto convenzionale. Lo stesso Buddha confutò il principio di un’anima individuale ed eternamente esistente, contrapponendovi la teoria di una coscienza non individuale ed estinguibile. Secondo il buddhismo esistono due tipi di mente o coscienza. La coscienza base-di-tutto e la coscienza mentale intesa come aggregato dei desideri.
La coscienza base-di-tutto o coscienza fondamentale non è né permanente né discontinua ma si evolve in una corrente continua come il fluire di un fiume e forma senza interruzione una serie omogenea lungo tutte le vite successive. Si estingue quando non esistono più passioni attive né credenza in un sé individuale autonomamente esistente.

 

La mente ordinaria o coscienza mentale è considerata un normale organo di senso, è condizionabile dalla apparenza dei fenomeni e deve essere addestrata per liberarsi dalle visioni contaminanti delle passioni.Da qui la produzione delle passioni e delle emozioni distruttive che alimentano l’ego e generano confusione nella mente umana. Le visioni erronee possono essere contrastate orientando la mente al bene attraverso la meditazione, l’altruismo e la compassione.

Quantum-Entanglement

ENTANGLEMENT

La parola inglese “Entanglement” può essere tradotta in italiano , con il termine “intreccio“. È un fenomeno fisico-quantistico la cui definizione appropriata riporta a un legame “indissolubile” tra particelle, (principalmente fotoni), correlate o venute a contatto tra loro. Esse presenteranno un legame inscindibile anche a considerevoli distanze . Ogni intervento sul sistema, a partire dalla  semplice osservazione, provocherà il cambiamento di una delle due particelle ma, istantaneamente, causerà una modifica nell’altra a cui è legata. La suddetta reazione è indipendente dalla distanza esistente tra loro e dal fatto che possano trovarsi in due sistemi fisicamente isolati. Questo fenomeno è l’evidente manifestazione del “Principio di non località” che insieme al “Principio d’indeterminazione” di Heisenberg sono alla base della fisica quantistica. Un legame entangled tra due particelle , presuppone una “comunicazione” istantanea, vale a dire, a una velocità maggiore della luce ( 299.792.458 m/s ). Questo fatto portò A. Einstein, il padre della Relatività, a dileggiare il fenomeno considerandolo una ” azione fantasmatica a distanza”. Einstein in collaborazione con gli scienziati, Podolsky e Rosen, propose il paradosso EPR , con l’intento di esaltare i difetti della nascente teoria Quantistica.  Fu proprio in quell’occasione che Schrödinger (1935) coniò il termineEntanglement. Di seguito riposto la  spiegazione che diede del fenomeno:  “Quando due sistemi , dei quali conosciamo gli stati sulla base della loro rispettiva rappresentazione , subiscono una interazione fisica temporanea dovuta a forze note che agiscono tra di loro , e quando, dopo un certo periodo di mutua interazione , i sistemi si separano nuovamente , non possiamo più descriverli come prima dell’interazione , cioè dotando ognuno di loro di una propria rappresentazione” (Schrödinger, 1935).

 

 

 

La difficoltà nel poter concepire un tale fenomeno è data dal fatto che la nostra mente si è abituata a vedere in ogni evento un legame  causa-effetto. Al contrario,  il mondo quantistico, sembra avere una propria legge universale, cioè una legge di casualità . Ebbene, quando si considera il micro mondo delle particelle , la loro presenza  in un certo spazio o con  una certa quantità di moto è accertabile solo con un determinato scarto.

 

Molti fisici e filosofi sono stati affascinati e influenzati nel loro pensiero dai misteri quanto-meccanici. Uno dei più eleganti esperimenti , che verrà negli anni riprodotto e migliorato fa riferimento al medico e fisico Thomas Young  (1802). Una sorgente di luce era posta davanti ad una parete con due fenditure , al di là della quale era posizionato uno schermo fotosensibile. I risultati di Young dimostrarono che la luce come qualsiasi onda , interferiva con se stessa quando passava attraverso le due fenditure. Al tempo, la luce era considerata sia un’onda elettromagnetica che un corpuscolo. La teoria quantistica nacque un secolo dopo , grazie all’opera del fisico Max Planck , che propose un’idea di energia divisa in piccoli “pacchetti” , chiamati quanti. Nel 1905 Einstein utilizzò ilfenomeno fotoelettrico per dimostrare la ragionevolezza delle teorie di Planck, dando vita a un legame ancora più forte traipotesi ondulatoria e corpuscolare della luce . Nel 1924 De Broglie associava ad ogni particella massiva un’onda “pilota”, ma solo con l’opera di Schrödinger venne elaborata un’equazione atta a descrivere la propagazione dell’onda associata ad una particella. Siamo convinti che fare una scelta precluda ogni altra possibilità se non la scelta fatta, sappiamo, infatti, che non è possibile percorrere due strade nella stesso istante. Ma ecco cosa accadde quando negli stessi anni, l’esperimento di Young venne riprodotto , usando questa volta una sorgente tale da emettere un solo fotone alla volta . La figura di interferenza era ancora presente! Risultato: la particella interferiva con se stessa.. Nel 1983, il fisico Shih e il suo gruppo osservarono, grazie ai rilevatori, che nel momento in cui rilevavano in quale delle due fenditure il fotone fosse passato, la figura d’interferenza scompariva . Incredibile,Il fotone sembrava rendersi conto di essere osservato. Questo comportava che la particella potesse in qualche modo scambiare informazioni con il sistema e con i fotoni generati dalla sorgente.

 

Nel 1985, Alain Aspect dimostrò a livello microscopico la veridicità dell’entaglement. Grazie ad un atomo di calcio eccitato( la nostra sorgente ) , venivano emessi due fotoni correlati che si muovevano in direzioni opposte ( dir. A e B ). L’esperimento dimostrava definitivamente , con uno scarto minimo delle misurazioni,  la corrispondenza tra particelle correlate e l’effetto Entanglement . In fine, Anton Zeillinger, professore all’Università di Innsbruck, famoso per aver realizzato nel 1998 il trasporto quantistico con i fotonientangled , riuscì a dimostrare sperimentalmente che anche elementi massivi , quali i neutroni , assumevano una figura d’interferenza nell’esperimento della doppia fenditura . I risultati ottenuti confermaro nuovamente la teoria di De Broglie.

 

L’affascinante mistero quanto-meccanico continua ancora oggi a coinvolgere scienziati e lettori. La difficoltà nel comprendere certi fenomeni non dovrebbe spaventarci, quanto invece spingerci a continuare gli studi e le osservazioni. Dietro a questo grande velo , si nasconde meravigliosi mondi  da esplorare .

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Kalon

Nel nostro “andar per questa vita”, poco ci soffermiamo a filosofeggiare sul significato ultimo delle cose, eppure è nell’investigare che si comprende la struttura della nostra cultura, del nostro apparato cognitivo e il nostro animo.

 

Il concetto della bellezza, per esempio. Malgrado sia un termine di uso comune la bellezza è un concetto sfuggevole, la cui denotazione è piuttosto complessa.  Il motivo è la sua  dipendenza da un intreccio difficile da analizzare se non con il rischio di perdersi nei meandri della mente, della cultura e delle influenze educativo-stilistiche.

 

La definizione oggettiva di bellezza è più facile da inquadrare in quanto determinata da qualità che fanno riferimento a  canoni  specificati dalla cultura e dal tempo storico, nei quali troviamo il nostro codice di lettura.

 

In questo articolo intendo riferirmi al giudizio estetico col quale percepiamo e definiamo certe opere d’arte e gli oggetti. Di cosa parliamo? Semplice, di quelle qualità che, a livello soggettivo, sentiamo come  positive e piacevoli.

 

Gli studiosi hanno cercato di chiarire questo concetto attraverso due punti di osservazione differenti. Dapprima hanno considerato come punto d’interesse l’opera d’arte e il giudizio soggettivo, successivamente, hanno messo al centro dell’attenzione i ragionamenti dell’artista e del fruitore.

 

Anticamente i Greci e i Romani   consideravano la bellezza una caratteristica intrinseca del dipinto  e di alcuni oggetti. L’idea  non si discosta dalla lettura che viene data dai bambini  piccoli in merito ai disegni e ai dipinti. Noi contemporanei, diversamente dai nostri avi,  diamo maggiore importanza all’individuazione del significato veicolato dall’opera artistica, più che alla semplice forma estetica.

 

Platone e Aristotele al criterio di  “bello” accostavano quello di  “vero”, i Greci consideravano tutto ciò che era “bello” anche “buono”. Sebbene siano passati secoli, la visione  del mondo antico influenza ancora oggi la nostra “forma mentis”, tanto che, inconsciamente,  tutto ciò che per noi è bello gli facciamo corrispondere anche  la valenza di buono, giusto e vero. La bellezza è considerata espressione della realtà istintuale, di contro, la bruttezza rappresenta la forza distruttrice dell’istinto di morte (Freud).

 

Pensiero arbitrario e ingannevole.

 

L’attrattiva non è appannaggio solo delle qualità dell’oggetto, la si può individuare  anche nella relazione tra l’osservatore e l’oggetto osservato.

 

Secondo la Segal, il piacere estetico nasce dall’identificazione con l’opera  e con il mondo interno dell’artista.Il concetto di  bellezza deve passare dal nostro apparato cognitivo per essere interpretato, così esso è soggetto a variare  con l’avanzare dell’età: i bambini piccoli pensano che essa sia una proprietà oggettiva di ciò che osservano, solo lentamente si sviluppa una concezione relazionale. Molti esperimenti hanno dimostrato come un elemento importante di attrattiva risieda nella capacità di riconoscimento da parte degli osservatori, per tale ragione nelle opera di arte moderna come il cubismo la difficile decodificazione delle figure umane all’interno delle opere ha elicitato numerosissimi dissensi nel fruitore comune. I risultati di molti esperimenti svolti al fine di osservare le reazioni delle persone hanno fatto emergere quanto la valutazione sulla bellezza fosse positiva se il canone di riconoscibilità della figura umana risultava di facile lettura, al contrario, se l’opera d’arte  era caratterizzata da complessità pittorica allora il gradimento diminuiva drasticamente.Il godimento di un’opera d’arte comporta un’esperienza estetica determinata non solo dalla visione dell’opera ma anche mediata cognitivamente da una serie di variabili: il contesto di fruizione (per esempio il museo), la cultura di appartenenza, la familiarità con prodotti artistici, i canoni estetici tipici del contesto storico, sociale e culturale.

Il significato di un’opera non può essere attribuito solo all’attivazione di una popolazione di neuroni del cervello del fruitore, vengono implicate anche sovrastrutture di tipo cognitivo, le emozioni.Alla fine quando guardiamo un oggetto, quello che ci importa davvero  è quanto quell’opera risuonerà con il nostro mondo esperienziale ed emotivo  e quali forme di piacere possiamo sperimentare nella creazione o fruizione, perchè non si tratta solo di piacere estetico, è molto di più.

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ACINETOPSIA

Quando c’è l’imperfezione nella perfetta macchina funzionante che è il corpo umano, qualcosa comincia ad incepparsi; può essere qualcosa di lieve che può passare quasi  inavvertita,  fino a qualcosa che causa delle vere e proprie disabilità. Nel nostro vivere diamo per scontate molte cose perché siamo abituati al loro perfetto funzionamento. Non prendiamo in considerazione che tutto può cambiare,  una frazione di secondo, all’improvviso, la vita che avevamo prima non esiste più e ci ritroviamo a fare i conti con l’imprevisto e l’inevitabile. Questo di cui vi parlerò è uno di quei casi. L’area Medio-Temporale (MT) è localizzata all’interno del nostro cervello in una  frazione del lobo temporale, pur piccola è una zona molto importante per la coscienza in quanto permette la percezione  dei movimenti  di tutti gli oggetti animati e non. Per la teoria dei Nodi essenziali il danno a specifici punti del cervello causa nell’individuo diverse incapacità di sperimentare un aspetto essenziale del proprio ambiente senza per questo perdere la capacità generale. Un esempio è l’Acinetopsia, o cecità al movimento, è una patologia rara e irreversibile associata alla percezione, conseguente alla distruzione dell’area MT. Questo disturbo non va ad intaccare la capacità visiva, gli oggetti immobilivengono, infatti, riconosciuti con facilità, questo non accade, però, quando gli stessi oggetti sono in movimento. Ad esempio, se una persona affetta da Acinetopsia entra in un bar per prendere un caffè, riconoscerà la tazzina sul bancone ma non lo zucchero che cade nel caffè, allo stesso modo non riconoscerà persone e mezzi di trasporto che si muovono per le strade. Ogni oggetto in movimento sarà percepito con l’effetto di un’immagine “congelata”.  immaginate di guardare il mondo come se foste in una discoteca dove l’unica fonte di illuminazione sono le lampade stroboscopiche, quale sarà la vostra percezione dell’ambiente circostante? Un insieme di fotogrammi, ovvero di immagini immobili delle persone che vi circondano. I danni neurologici della zona Medio-Temporale del cervello può essere dovuta ad ictus, a un attacco di cuore, ad un intervento di chirurgia cranica, nel caso in cui il danno fosse conseguente all’assunzione di farmaci antidepressivi, il problema si risolverà alla cessazione del consumo del farmaco. Gli effetti dei danni neurologici causati dalla distruzione dell’area MT e delle zone limitrofe sono stati studiati cominciando ad osservare il caso di una paziente neurologica (L.M.) che aveva avuto un ictus che le danneggiò proprio l’area MT. Il caso riportato qui è stato seguito da Semir Zeki Professore di Neurobiologia alla College University di Londra e fondatore dell’Istituto di Neuroestetica a Berkeley in California, Riporto il referto originale, così da potersi rendere  conto con più chiarezza del correlato clinico: L.M.  aveva difficoltà, per esempio, a versare le bevande in una tazza o in un bicchiere perché il liquido appariva come materia immobile e compatta, come un ghiacciolo. Inoltre, la paziente a causa dell’incapacità a percepire il movimento nella tazza non smetteva di versare il liquido al momento giusto con conseguente fuoriuscita del liquido. (fonte: A. De Giorgio)

 

La paziente lamentava poi problemi a seguire un dialogo, incapace com’era di vedere i movimenti della faccia e, in particolare, della bocca dell’interlocutore. In una stanza dove più di due persone camminavano, la paziente si sentiva insicura e a disagio, e in genere usciva immediatamente di stanza perché “le persone si trovavano all’improvviso qui oppure là, ma io non le avevo viste muoversi”. La paziente incontrava lo stesso problema, ma con un grado ancora più marcato , nelle strade o nei luoghi affollati, che pertanto evitava il più possibile. Non riusciva ad attraversare la strada per l’incapacità di valutare la velocità di un auto, che pure identificava senza problemi. “Quando guardo la prima volta la macchina, sembra distante. Ma quando decido di attraversare la strada me la ritrovo tutta a un tratto vicina”. La paziente ha gradualmente imparato a stimare la distanza di veicoli in movimento dal rumore che si fa via via più forte. “ Il deficit di riconoscimento del movimento lascia intatte le capacità  percettive del colore e della forma e l’acuità spaziale tanto che  L.M. riconosceva, senza difficoltà le luci intermittenti. Il nome  della patologia, Acinetopsia, fu coniato proprio dallo studioso delle correlazioni mentali soggettive Samir Zeki.

Questo è uno dei numerosissimi disturbi debilitanti la nostra quotidianità, è proprio prendendo coscienza di ciò che ogni giorno dovremmo cominciare una nuova giornata con un senso di gratitudine e gioia anche nei momenti difficili.

 

 

 

Per chi fosse interessato ad approfondire il lavoro di S.Zeki

 

Profilo: http://www.ucl.ac.uk/cdb/research/zeki

 

WIKIPEDIA: http://it.wikipedia.org/wiki/Semir_Zeki

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LA MORTE NASCE

Cerchiamo la morte nell’assenza

spesso è nella presenza che qualcosa silenziosamente e ineluttabilmente muore.

Muore la felicità in un amore negato,

muore la speranza nell’indifferenza,

muore il rispetto nella violenza,

muore la pace nell’odio.

Ma come  ogni estremo ha la sua controparte

anche la morte è fautrice di nascita.

Nello stesso istante in cui la morte muove i suoi passi diventa madre di nuovi figli,

e come la notte fa spazio al giorno

e il buio alla luce

così gradatamente la morte accompagna la vita.

L’una senza l’altra nulla sarebbero

perché in ognuna l’altra trova il suo significato.

Romana Prostamo (2014)

Nota: l’immagine è a cura di Megafoto

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MINDFUNLESS

L’uomo per quanto si sforzi non riesce ad avere una mente razionale e meccanica, al contrario, tutti i fattori mentali possiedono delle caratteristiche uniche che influenzano totalmente le esperienze e la lettura della realtà che diventano così interpretazioni strettamente soggettive. La riflessione su questo aspetto fondamentale, porta a considerare che tutti i cambiamenti di percezione e di interpretazione degli accadimenti dipendono in realtà dal mondo interno all’essere umano, assoggettato alla predisposizione mentale nell’istante in cui un determinato accadimento prende forma.Il Buddha dice “Tutti i fenomeni sono preceduti dalla mente. Quando la mente è compresa, tutti i fenomeni sono compresi” (Santideva, 1961).

La tradizione buddista ha strutturato una mappa precisa  delle rappresentazioni mentali e del suo funzionamento, e intorno a questi assunti ha elaborato le vie per il cambiamento, formulando  tecniche finalizzate al controllo dell’individuo sui propri mutamenti. La Mindfulness  letteralmente “Sati” in lingua pali vuol dire “consapevolezza”, la consapevolezza momento per momento del proprio presente senza giudizio. La Mindfulnessrappresenta l’intervento di tradizione buddhista più completo ed efficace, il più antico, e nello stesso tempo più rivoluzionario. Il cuore degli interventi è basato  sulla consapevolezza, uno stato che porta in sé una grande forza, e l’attenzione, che è consapevolezza focalizzata, è ancora più potente. Il divenire semplicemente consci di ciò che ci accade è il punto di partenza dal quale partire per liberarci dalle preoccupazioni e dalle emozioni difficili.

Mindfulness si trova nel silenzio profondo, nella quiete e nell’apertura del cuore. Questi processi sono derivanti dalla profonda consapevolezza del momento presente scevra dal giudizio, maturata nel dialogo interiore con se stessi in modo diretto. Migliorare la relazione con il proprio Sé comporta migliorare la relazione con tutto quello che circonda l’individuo e con le altre persone. L’interesse per questa diversa visione dell’uomo e della vita scaturisce dalla presa di coscienza, che per quanto le scienze e le metodologie terapeutiche da esse derivate siano basate su studi rigorosi e osservazioni empiriche, c’è l’esigenza di integrarle con approcci che diano valore alle componenti innate dell’essere umano. Queste componenti possono essere ricercate nell’accettazione dell’esperienza, nel pensiero, parola e atto compassionevole verso ogni forma di sofferenza compresa la propria. Nell’essere capaci di auto-osservarsi senza formulare giudizi, nel comprendere che la mente può essere testimone delle sue manifestazioni e da questo conoscere la propria natura.

Nella psicologia buddhista uno dei parametri più importati è il singolo istante della mente, ognuno di essi ha caratteristiche differenti ed ha il potere di influenzare la nostra visione delle esperienze e della realtà. Proprio per questa ragione i motivi che determinano i cambiamenti in ognuno di noi non sono gli accadimenti del mondo esterno quanto la qualità del nostro stato mentale e della nostra coscienza.

Attraverso la meditazione si può arrivare a controbilanciare gli stati mentali negativi portando tranquillità e serenità. E’ importante trasformare i fattori mentali che creano dolore se si vuole raggiungere un profondo stato di serenità e  amorevole gentilezza verso tutte le forme di vita.

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