Sperare fa rima con fare.

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Ho scritto la poesia A TE nel 2013, dopo un accadimento molto importante della mia vita. Nel 2014, con mia grande sorpresa vinse il primo premio a un concorso.

Nel dicembre 2005 mia figlia  aprì la porta di casa, senza salutare, entrò insieme a un’amica. In silenzio fece le sue valige, sotto i nostri occhi svuotò tutti i mobili delle sue cose e le mise in alcuni sacchi alla rinfusa. MI ricordo ancora suo padre che cercava spiegazioni, io e suo fratello che guardavamo lei e la sua amica girare per casa come se noi fossimo trasparenti.

MI sembrava di guardare la vita di un’altra persona attraverso un film, lei non era mia figlia, non era la mia casa e non era la mia famiglia quella piegata dall’impotenza che stavo guardando, da li a poco sarebbe tutto finito e noi saremmo usciti dal cinema amareggiati, sì, ma sollevati allo stesso tempo, dal fatto che era una storia che non ci apparteneva.

Certo, ci sarebbe piaciuto fosse la trama di un film, invece era tutto troppo vero.

Mia figlia scomparve nel silenzio più assoluto portando con sé gli eco delle nostre parole.

Non ci sono spazi dove isolarsi da tanto dolore, dal senso di ingiustizia e dall’inevitabile. Non sapemmo più nulla di lei, dove fosse, cosa facesse e con chi. Stava bene, male? Tutto era silenzio.

Fu solo nel 2013, dopo 6 lunghi anni che un giorno di aprile ricomparve per invitarci al suo matrimonio. Quelle parole, le sue, esplosero dentro di me, in quel preciso momento, compresi la potenza della speranza. nel momento in cui mi ero quasi arresa, la Speranza mi fu maestra, lei più di me seppe aspettare e avere fiducia.

L’unico modo che trovai per raccontare a mia figlia sei anni di vita e il regalo che mi stava facendo nel momento in cui l’ho rivista li ho voluti racchiudere in questa poesia, perché le parole sanno arrivare nel profondo, sanno sovrascrivere un pezzo di vita, dandogli un nuovo significato.

E, per me mamma, le parole migliori parlavano della possibilità di un futuro dove ci sarebbe stato spazio per un noi. MI è successo più volte di rinnegare la speranza, ero arrabbiata con lei, l’accusavo di avermi tradito.

Poi compresi. Come i genitori che sanno di dover attendere il momento in cui il figlio maturi così da comprendere i loro messaggi, anche la speranza, paziente, aspettava il momento in cui sarei stata pronta a capire, che non mi avrebbe dato la possibilità di sottrarmi alla sua forza dirompente e impietosa che non mi avrebbe permesso di rinunciare, mi trascinò fuori dalla nicchia senza formulare accordi, senza trovare mediazioni.

La speranza è un atto di consapevolezza verso di noi e la vita, non si fa mettere all’angolo, pretende di essere ascoltata.

è la forza che sostenne la mia rabbia e la sofferenza , mi insegnò a superare i limiti dell’inevitabilità, le paure, le certezze. Tutto questo, mi sento di dire, succede coi figli. In quella relazione dove ogni madre e padre si mette in gioco, con le parole cerca argomenti in comune per costruire ponti tra il sentirsi incompresi dei figli e la loro insicurezza.

Le parole danno enfasi all’amore sottinteso, è, attraverso di esse, che trasmettiamo le conoscenze che gli saranno utili nella vita.

Crescendo con i miei figli compresi che il terreno su cui poggiavano le parole e i gesti altri non era che la speranza.

Al di là di tutto ciò che siamo per loro, c’è una cosa che sta sempre accanto a ogni genitore, la speranza che i nostri figli siano felici, che avverino i loro sogni, che mai nulla di brutto gli possa succedere. Questo sentimento crea la possibilità di dare forma a nuove idee, di costruire nuovi orizzonti di possibiltà, lei vuole che vinciamo. E come fa? Dandoci la determinazione, la lucida consapevolezza che a quell’obiettivo ci arriveremo, e lei cosa ci chiede in cambio? Di Crederci.

Sperare. intendo la speranza attiva, da non confondere col rimanere fermi nell’attesa che altri si muovano per noi, è la spinta propulsiva che ti porta fuori dal nichiismo perchè il  lavoro della speranza non è rinunciatario.

Di per sé la speranza desidera aver successo invece che fallire, è questa la sua fame primaria. E’ il sentimento che contrasta la paura, non è né passivo  né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono.

Oggi costruisco il cammino con mia figlia, dove le parole racconteranno di nuove idee, nuovi orizzonti di possibiltà- Insieme. Per voi cos’è la speranza?

 

Romana Prostamo

 

 

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